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"That s—t is gone"

La mia idea stamattina era di scrivere un pezzo su una questione molto spiacevole emersa qualche giorno fa nel giro del fumetto anglofono e su ciò che mi ha riportato alla mente dagli anni Novanta, quando nel giro del fumetto (italiano) c'ero anch'io.

Non è detto che non lo faccia, oggi o domani; ma è successo che verso le 11 ho visto S01E01 della Twilight Zone di Jordan Peele, il terzo tentativo in quasi sessant'anni di rivitalizzare la serie antologica forse più famosa della storia della TV.

Peele è famoso perché a) è bravo sia da regista sia da comico e b) perché i due film che ha girato iniziano entrambi come qualcos'altro e poi "a un certo punto sbrocca[no]", per citare un'apprezzata (da me, almeno) recensione di Us su i 400 calci. Verso la fine sbrocca, e alla grande, e non senza qualche storcere di nasi, anche Hunters, una miniserie su Prime Video che da Peele è soltanto prodotta. Ero curioso quindi di vedere quanto sarebbe andato fuori nel reimmaginare una serie che nel 1959 aveva portato il concetto stesso di "essere fuori"” nella TV nordamericana e l'aveva definito per ciò che sarebbe venuto dopo.

Leggero SPOILER: non ci va, almeno in questo primo episodio. The Comedian si basa su un'idea interessante, è scritto bene, girato come si deve, con l'atmosfera giusta per il canone di TTZ, ma si ferma lì.

Però all'interno della scena che mette in moto la storia, a cinque minuti circa dall'inizio, c'è lo scambio che segue, fra lo scarsino aspirante comico Samir Wassam (Kumail Nanjiani) e JC Wheeler (Tracy Morgan), una leggenda nel campo:

JCW: «Put yourself out there and you will get laughs. You will be successful. Are you sure that's what you want?»

SW: «Yes.»

JCW: «Now you have to be sure to be sure, 'cause once you put it out there… the audience will take it in. They will connect. And once they connect to it… it's theirs. And once it's theirs… that shit is gone forever.»

E io mi sono chiesto: non è quello che succede sempre, qui in rete?

Ogni volta che raccontiamo qualcosa di noi su FB, su Twitter, su Instagram, perfino sul più minimalista e scrauso dei microblog, come questo, nell’attimo stesso la perdiamo per sempre. Non è più nostra e non lo sarà mai più. Non tanto e non solo perché è l’ennesimo tassello di ciò che consegniamo a Russia, Cina, Zuckerberg, Google, Polizia di Stato e compagnia brutta nel profilarci, ma perché non siamo più noi i soli a saperla. Un post dopo l'altro, la nostra esperienza, ciò che ci rende noi, diventa l’esperienza di chiunque la legga, se questo chiunque così crede. Se vuole usarla contro di noi, può. Ancora peggio è che se vuole farla diventare sua, può. E non deve per forza essere uno dei cattivi di questa epoca. Magari è uno dei nostri migliori amici, una persona in ottima fede, eppure lo può fare.

È il paradosso contemporaneo: abbiamo a disposizione un pubblico che trent’anni fa, quando cercavamo di farci conoscere in un mondo ancora analogico, non potevamo neanche immaginarci, eppure quello stesso pubblico in un certo senso è la nostra rovina.

Vabbè, dài, vediamo come hanno rifatto Nightmare at 20,000 Feet nel secondo episodio.


(Edit delle 19 di sabato 27: Meh. Però c'è l'omaggio al gremlin.)

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